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Kostas P. Michailidis: L'UOMO VUOTO | Hellenismos.com
Kostas P. Michailidis: L'UOMO VUOTO

Kostas P. Michailidis: L'UOMO VUOTO

Posted November 13th, 2007 by webmaster


L'UOMO VUOTO


di Kostas P. Michailidis

 

Eraclito ha detto che molti uomini sono presenti eppure assenti. Sono assenti perché non partecipano agli eventi del mondo e al significato più profondo di tali eventi. Sembra che agiscano, pensino e vivano quello che offre loro la vita, ma in fondo sono neutri ed estranei, privi di espressività e di stimoli, senza alcunché che dia un senso alla loro esistenza. Dentro di loro c'è il vuoto

L'uomo vuoto intorno a noi e dentro di noi chiede che questo vuoto sia colmato perché gli è insopportabile. Per questo è di solito alla ricerca di qualcosa che impressioni. Ma ciò che impressiona è solo apparenza senza profondità. Come una proiezione cinematografica che mostra che accade qualcosa mentre, in realtà, non accade nulla. Anche per questo l'uomo vacuo si compiace del tumulto che sostituisce le parole, adora le immagini perché sono vistose sostituzioni delle idee che mancano a lui , ricorre agli spettacoli per sfuggire all'insostenibile tedio della quotidianità.

L'uomo vacuo vuole essere impressionato, ma vuole anche impressionare. Viene impressionato dalle notizie che provocano forti eccitazioni, cerca sullo schermo televisivo un mondo superficiale che sostituisce quello reale. Ed è patologicamente assetato di notizie aberranti riguardanti guerre, violenze inumane, scandali sociali e a sfondo sessuale. Poiché è incessantemente alla ricerca di notizie che non recano alcun messaggio, i mass media si pongono al suo servizio per soddisfare questa sua passione. Ma anch'essa, alla fine, lo lascia indifferente. Non accade nulla. E non esistono nemmeno i barbari che, in fin dei conti, potrebbero essere una soluzione. La sua indifferenza somiglia a una morte prematura in cui ogni cosa diventa vacua di significato.

Per eludere il nulla della propria terribile insignificanza, l'uomo vacuo si compiace delle notizie sensazionali che diventano soggetto di conversazione, coltiva ciò che gli stimola la fantasia anche solo per un attimo, e compra continuamente nuovi "beni" per abbandonarli poco dopo. Nella sua noia, vuole darsi a qualcosa di disordinato, per questo partecipa a qualunque cosa eccita l'isteria delle masse, come il calcio e gli illusori contatti che ha nei raduni di massa. E mentre è sprofondato nella routine della sua vita, che non emerge mai al di sopra del ritmo del lavoro e del riposo, cerca di turbare la monotonia del tempo. Anche lui vuole impressionare. Cerca, nell'indifferenza, d'inventare la differenza nel cibo, nei viaggi, negli abiti, nell'affettazione. Si abbandona a una follia che immancabilmente lo getta di nuovo dolorosamente nella vacuità a cui invano tenta di sfuggire. Se scopriamo in noi l'uomo vacuo, ci accorgeremo che ci tende un agguato a ogni movimento. È il nostro io la cui vita è colma di non-avvanimenti, e che rimane sempre vuoto come le botti delle Danaidi. Un narciso, che si guarda continuamente allo specchio perché da tempo non ha più legami di amicizia né di ponderazione con gli altri uomini. Il riflesso della propria immagine è un cerchio che gira su se stesso, che rimane implacabilmente presente nella propria assenza, come il cerchio della propria indifferente quotidianità.

T. S. Eliot descrive così gli uomini vuoti: uomini vuoti, uomini impagliati, forma senza forma, ombra senza colore, forza paralizzata, gesto privo di moto. Essi non osano incontrare, evitano di parlare, vagano nel regno dell'ombra ("Gli uomini vuoti").

Il mondo diventa sempre più livellato, e l'uomo, sempre più indifferente, riesce a vedere soltanto la ripetizione di una scena che non gli mostra nulla e non gli nasconde nulla: cose neutre, prive di fascino, prive di mistero. Anche il cielo è vuoto, come lo è l'anima. Le cose hanno tutte lo stesso significato. Il significato della loro insignificanza. Come se fossero state pervase da un deserto invisibile. Forse è la paura davanti a questo vuoto che spinse anche l'eroe di Ibsen, Peer Gynt, a evadere nell'esotismo che è tanto richiesto oggi, o nella mania di accumulare una illusoria ricchezza che non dà nulla all'anima nuda. E alla fine, sfogliando se stesso, questo eroe trova solo il nulla.

Da Efthyni, 307, 1997, pp. 353-54.
Trad. dal neogreco di Mauro Giachetti