Kostas Tsiropoulos: "I luoghi in cui aveva vissuto", estratto da: "Appunti di prova generale"

Kostas Tsiropoulos: "I luoghi in cui aveva vissuto", estratto da: "Appunti di prova generale"

Posted May 12th, 2008 by webmaster

ESTRATTO  DA

 

 

KOSTAS TSIROPOULOS

 

APPPUNTI DI PROVA GENERALE

 

CAPITOLO XVII

I LUOGHI IN CUOI AVEVA VISSUTO

 

Di notte aveva fretta di rincasare. Cercava di vivere il più a lungo possibile di notte, perché soltanto nel tenebroso grembo di essa egli sentiva la propria esistenza schiudersi tutta, e poteva rivivere la propria vita con la dolorosa densità dei ricordi.

    Supino sul letto, rievocava non solo le figure e i corpi di coloro che erano passati nella sua figura e ne suo corpo e che,  in un dato momento, avevano determinato il suo modo di esistere. Richiamava alla memoria anche i luoghi nei quali aveva portato a vagare il proprio corpo e dai quali lo aveva portato ndietro – ma non così il proprio spirito. Lo spirito, eterno, inconcepibile, a immagine di Dio, si attardava ancora là, a vagare in quei luoghi perduti: quartieri, case, città, alberghi, stanze in case estranee, scale estranee, balconi, giardini, salotti estranei, letti estranei... Eppure, in un dato momento, per un certo periodo di tempo, quei luoghi erano stati anche suoi. Li aveva acquisiti riscattandoli col tempo del proprio corpo, con sensazioni, percezioni, intuizioni e allucinazioni, pagando tutto con l'essenza della propria esistenza perfino quando, il più delle volte, gli venivano consegnati gratuitamente.  

    Ora, ricordando quei luoghi nella selva della notte, li sentiva ammucchiati dentro di sé in una sequela confusa. Tavolta essi erano filtrati al punto che essi sentiva tutto estenuato dalla loro limpidità, ma di solito erano semispogli, semispenti, semicelati, tra ricordo e oblio.

    Quali erano i luoghi ai quali, nell'oscurità, sentiva di dire addio, sprofondato nella reminiscenza, mentre il silenzio del mondo, là fuori, lo proteggeva, a mezzanotte? Luoghi che gli erano stati donati, paesi vicini, paesi lontani, città gremite di parole straniere, parole di altre lingue, moltitudini di figure straniere che vivevano, si muovevano, lavoravano, conversavano, si amavano o si odiavano, mangiavano e dormivano in case straniere sconosciute, i camere sibilline, in letti mai sfiorati dalla fantasia...

    E dove si trovavano ora quelle moltitudini di uomini, perduti nella materia del ricordo? Dov'erano quei paesi, quelle antiche città dall'anima profonda, le strade, le piazze, le chiese immerse nel denso silenzio degli angeli, sacre viscere del mondo, i musei in cui diademi d'immortalità sfidano il tempo, i giardini frequentati da segreti cinguettii di uccellini e dal mormorio di acque fra un tripudio di colori... dov'erano? Ma esisterono realmente, per lui, oppure eran fatti della stessa materia del sogno – del sogno della vita e del sogno della morte?

    Proprio in quella notte in cui desiderava spogliare la sua anima delle esperienze vissute nel mondo, nell'oscurità appena rischiarata da una tenuissima luce, tutti quei luoghi ritornavano a lui diafani, come appena trapunti su seta splendente, e capì allora l'incommensurabile ricchezza dei propri ricordi. Se ne sentì sopraffatto e, per un istante, ne gustò l'ebbrezza.

    Alzatosi, si diresse in silenzio verso le icone che proteggono la casa e lui. Le guardò, e tutti quei luoghi, le campagne, le città che gemevano dentro di lui, si acquietarono.

    Aveva vissuto con una malinconia profondissima, celata a tutti gli uomini. Il destriero che da giovane aveva cavalcato per vagare nelle contrade del mondo, in antiche città d'Oriente e d'Occidente, era il cavallo della solitudine. Lo aveva veduto galoppare attraverso gli incantamenti della notte, ma il dolore della mortalità che aveva conosciuto bambino,, gli aveva reso lo sguardo malinconico. Ora era certo che tutto e tutti sono incisi sull'acqua del tempo.

    Quella notte, risalendo a ritroso in tanti anni della propria vita, era sceso fino alla foce del proprio tempo. In quelle sue ultime notti, era giunto alla fatale confluenza del suo fiume con l'immenso oceano dell'achronon (del non-tempo, allora/ora che il colpo della morte stava per scagliarti nella silenziosa essenza di Dio, nel risplendente mare aperto dell'eternità..

    Sarebbero andati ad affondare là anche quei luoghi, le case, le vie, le piazze, le chiese, gli uomini che quella notte egli richiamava alla memoria.

 

Traduzione dal greco di

Mauro Giachetti