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E. De Amicis: Cinque ore dopo | Hellenismos.com
E. De Amicis: Cinque ore dopo

E. De Amicis: Cinque ore dopo

Posted January 26th, 2011 by webmaster

EDMONDO DE AMICIS  

CINQUE ORE DOPO

estratto da Costantinopoli (1897)    

 La visione di stamattina è svanita.
Quella Costantinopoli tutta luce e tutta bellezza è una città mostruosa, sparpagliata per un saliscendi infinito di colline e di valli; è un labirinto di formicai umani, di cimiteri, di rovine, di solitudini; una confusione non mai veduta di civiltà e di barbarie, che presenta un'immagine di tutte le città della terra e raccoglie in sé tutti gli aspetti della vita umana. Non ha veramente di una grande città che lo scheletro, che è la piccola parte in muratura; il resto è un enorme agglomeramento di baracche, uno sterminato accampamento asiatico, in cui brulica una popolazione che non fu mai numerata, di gente d'ogni razza e d'ogni religione. È una grande città in trasformazione, composta di città vecchie che si sfasciano, di città nuove sorte ieri, d'altre città che stanno sorgendo.
Tutto va sossopra; da ogni parte si vedono le traccie d'un gigantesco lavoro: monti traforati, colli sfiancati, borghi rasi al suolo, grandi strade disegnate; un immenso sparpagliamento di macerie e d'avanzi d'incendi sopra un terreno perpetuamente tormentato dalla mano dell'uomo.
È un disordine, una confusione d'aspetti disparati, un succedersi continuo di vedute imprevedibili e strane, che dà il capogiro. Andate in fondo a una strada signorile, è chiusa da un burrone; uscite dal teatro, vi trovate in mezzo alle tombe: giungete sulla sommità di una collina, vi vedete un bosco sotto i piedi, e un'altra città sulla collina in faccia; il borgo che avete attraversato poc'anzi, lo vedete, voltandovi improvvisamente, in fondo a una valle profonda, mezzo nascosto dagli alberi; svoltate intorno a una casa, ecco un porto; scendete per una strada, addio città, siete in una gola deserta, da cui non si vede altro che cielo; le città spuntano, si nascondono, balzan fuori continuamente sul vostro capo, ai vostri piedi alle vostre spalle, vicine e lontane, al sole, nell'ombra, fra i boschi, sul mare; fate un passo avanti, vedete un panorama immenso; fate un passo indietro, non vedete più nulla; alzate il capo, mille punte di minareti; scendete d'un palmo, spariscon tutti e mille. Le strade, infinitamente reticolate, serpeggiano fra i poggi, corrono su terrapieni, rasentano precipizi, passano sotto gli acquedotti, si rompono in vicoli, discendono in gradinate, in mezzo ai cespugli, alle roccie, alle rovine, alle sabbie.
Di tratto in tratto, la gran città piglia come un respiro nella solitudine della campagna, e poi ricomincia più fitta, più colorita, più allegra; qui pianeggia, là s'arrampica, più in là precipita, si disperde e poi si riaffolla; in un luogo fuma e strepita, in un altro dorme; in una parte rosseggia tutta, in un'altra parte è tutta bianca, in una terza vi domina il color d'oro, una quarta presenta l'aspetto d'un monte di fiori. La città elegante, il villaggio, la campagna, il giardino, il porto, il deserto, il mercato, la necropoli, si alternano senza fine innalzandosi l'uno sull'atro, a scaglioni, in modo che certe alture si abbracciano con uno sguardo solo, sopra una sola china, tutte le varietà d'una provincia.
Un'infinità di contorni bizzarri si disegna da ogni parte sul cielo e sulle acque, così fitti, così pazzamente spezzettati e dentellati dalla meravigliosa varietà delle architetture, che si confondono agli occhi come se tremolassero gli uni con gli altri. In mezzo alle casette turche si alza il palazzo europeo; dietro il minareto, il campanile; sopra la terrazza, la cupola; dietro la cupola, il muro merlato; i tetti alla chinese dei chiostri sopra i frontoni dei teatri, i balconi ingraticolati degli arem di rimpetto ai finestroni a vetrate, le finestrine moresche in faccia ai terrazzi a balaustri, le nicchie delle madonne sotto gli archetti arabi, i sepolcri nei cortili, le torri fra i tugurii; le moschee, le sinagoghe, le chiese greche, le cattoliche, le armene, le une sulle altre, come se facessero a soverchiarsi, e in tutti i vani, cipressi, pini a ombrello, fichi e platani che stendono i rami sopra i tetti.
Una indescrivibile architettura di ripiego asseconda gli infiniti capricci del terreno con un tritume di case tagliate a spicchi, in forma di torri triangolari, di piramidi diritte e rovesciate, circondate di ponti, di puntelli e di fossi, ammucchiate alla rinfusa, come massi franati da una montagna. A ogni cento passi tutto muta. Qui siete in una strada d'un sobborgo di Marsiglia; svoltate: è un villaggio asiatico; tornate a svoltare: è un quartiere greco; svoltate ancora: è un sobborgo di Trebisonda.
Alla lingua, ai visi, all'aspetto delle case riconoscete di aver cangiato di stato; sono spicchi di Francia, striscie d'Italia, screziature d'Inghilterra, innesti di Russia. Sulla immensa faccia della città si vede rappresentata ad architetture e a colori la grande lotta che si combatte fra la famiglia cristiana che riconquista e la famiglia islamitica che difende colle ultime sue forze la guerra sacra. Stambul, una volta tutta turca, è assalita da ogni parte da quartieri cristiani, che la rodono lentamente lungo la sponda del Corno d'Oro e del Mar di Marmara; dall'altra parte la conquista procede in furia: le chiese, i palazzi, gli ospedali, i giardini pubblici, gli opifici, le scuole squarciano i quartieri musulmani, soverchiano i cimiteri, si avanzano di collina in collina, e già disegnano vagamente sul terreno sconvolto la forma d'una grande città che un  giorno coprirà la riva europea del Bosforo come quella d'ora copre le rive del Corno d'Oro.
Ma da queste osservazioni generali distraggono ad ogni passo mille cose nuove: in una via il convento dei servis, in un'altra la caserma in stile moresco, il caffè turco, il bazar, la fontana, l'acquedotto. In un quarto d'ora bisogna cangiar dieci volte l'andatura: scendere, arrampicarsi, saltellar giù per una china, salire per una scalinata di macigni, affondar nella mota e scansar mille ostacoli, aprendosi la via ora tra la folla, ora tra gli arbusti, ora tra i cenci appesi, ora turandosi il naso, ora aspirando ondate d'aria odorosa. Dalla gran luce d'un sito aperto, donde si vede il Bosforo, l'Asia e un cielo infinito, si cala con pochi passi nell'oscurità triste d'una rete di vicoli fiancheggiati da case cadenti ed irti di sassi come letti di ruscelli; da un verde fresco e ombroso, in un polverio soffocante, saettato dal sole; da crocicchi pieni di rumore e di colori, in recessi sepolcrali, dove non è mai sonata una voce umana; dal divino Oriente dei nostri sogni, in un altro oriente lugubre, immondo, decrepito che supera ogni più nera immaginazione.
Dopo un giro di poche ore non si sa più dove s'abbia la testa. A chi ci domandasse improvvisamente che cos'è Costantinopoli, non si saprebbe rispondere che mettendosi una mano sulla fronte per quetare la tempesta dei pensieri. Costantinopoli è una Babilonia, un mondo, un caos. È bella? Prodigiosa. È brutta? Orrenda. Via piace? Ubbriaca. Ci stareste? Chi lo sa! Chi può che starebbe in un altro astro? Si ritorna a casa pieni d'entusiasmo e di disinganni, rapiti, stomacati, abbarbagliati, storditi, con un disordine nella mente che somiglia al principio d'una congestione cerebrale, e che si queta poi a poco a poco in una prostrazione profonda e in tedio mortale. Si son vissuti parecchi anni in fretta, e ci si sente invecchiati.