GEORG VOIGT

Contese letterarie in Roma.
Contesa fra il Poggio e il Valla.
Intervento del Perotti.
Contesa tra il Poggio e il Trapezunzio.
Contese dei greci fra loro intorno ad Aristotele e a Platone.

    Ora, se noi immaginiamo riuniti in una sola corte gli italiani già nominati, un Valla, un Perotti, un Poggio, un Decembrio e i greci di cui tenemmo parola ed altri ancora, circondati ciascuno da discepoli e da seguaci, e quasi tutti nella stessa condizione, vale a dire come curiali e letterati di corte, aventi tutti una identica occupazione, quella di tradurre dal greco, tutti coll'occhio rivolto ai danari e ai favori del papa, – qual meraviglia che fra essi regnassero la gelosia, l'invidia, la calunnia reciproca? Le contese erano continue, dei latini e dei greci gli uni contro gli altri, e perfino dei greci e dei latini fra loro stessi. Come Firenze al tempo del Niccoli, così ora Roma, ma in proporzioni più larghe, divenne il «teatro della cronaca scandalosa dei letterati», come se papa Niccolò con gli «spiriti magni» avesse anche messo insieme tutta la feccia del mondo letterario.

    Queste contese letterarie avevano un'importanza grandissima quando accadevano tra uomini del valore del Poggio e del Valla. Essi si conoscevano da lungo tempo; ma non s'erano mai avvicinati l'un l'altro. Il Poggio, più vecchio di ben 27 anni, si era risentito ancora al tempo di papa Martino V, quando il giovane Valla, appena uscito dalla scuola, osò mettere in dubbio l'arte rettorica, sulla quale si fondava tutta la scuola umanistica sino dai tempi del Petrarca, pretendendo invece di innalzare sul trono dell'eloquenza Quintiliano. In tutto ciò egli non vedeva che una arrogante saccenteria. In seguito il Valla s'era permesso di sprezzare l'epitaffio, che Antonio Loschi aveva composto pel monumento sepolcrale di Bartolommeo di Montepulciano, dicendo che era una cosa ancor più misera dei versi dell'estinto. Ora il Poggio ed il Loschi erano intimi amici. Essi seppero fare in modo presso il papa, che il Valla, il quale aspirava ad un segretario vacante, non l'ottenne: così almeno ne pensava il Valla. Ciò gli troncò la carriera, che egli sperava di fare in patria e lo costrinse a cercar fortuna altrove. È facile immaginare come egli, da quel momento in poi, lasciasse libero corso alla propria lingua riguardo al Poggio, al Loschi ed al Cenci; i suoi discorsi poi venivano alla loro volta riportati a costoro, i quali gongolarono di gioia quando seppero che il «nuovo Apollo» si era gravemente compromesso col suo libro «del Piacere», mentre ad essi sembrava che le dottrine epicuree fossero già spacciate da lungo tempo.

    Ora, quando il Valla, attratto dallo splendore di Niccolò V, tornò nuovamente a Roma nel 1447, era già divenuto un dotto ed uno scrittore di primo ordine, che superava di gran lunga il Poggio nell'estensione delle cognizioni, nell'acume delle investigazioni e nella profondità degli studi linguistici, e per converso gli stava forse molto al di sotto nella fluidità naturale dello stile e nel brio. In ogni modo era un rivale formidabile, molto più che le sue mire tendevano evidentemente a divenire collega del Poggio anche nel segretariato. Oltre a ciò i nemici napoletani del Valla, il Beccadelli ed il Fazio, ebbero cura di tener vivo l'odio del Poggio, riferendogli le contumelie e le calunnie che il Valla andava spargendo in Napoli a carico di lui e della sua traduzione della Ciropedia. Un'occasione per impegnare la battaglia fu facilmente trovata. Il Poggio aveva pubblicato un volume delle sue lettere. Ora accadde che gli capitò fra le mani un esemplare di esse, che apparteneva ad un giovane catalano discepolo del Valla e che portava nei margini alcune note critiche, nelle quali si notavano errori scolastici e barbarismi d'ogni specie. Ora, sebbene non si potesse affermare che il critico fosse il Valla stesso, era certo però che il discepolo era stato aizzato dal maestro. Il Poggio si scagliò tosto violentemente su colui, che a torto riguardava come il suo vero avversario, e al numero già considerevole delle sue invettive ne aggiunse una nuova contro il Valla. Questi rispose nel suo «Antidoto», ma il Poggio scrisse una seconda, una terza, una quarta ed una quinta invettiva, alle quali il Valla non restò debitore di risposta. La controversia grammaticale divenne al tutto cosa accessoria; l'affare principale divennero gli odiosi attacchi personali, che non mancarono da ambedue le parti. Questo era il vero campo del Poggio. Se nella lotta il vincitore doveva essere colui che inventava le più infami calunnie a carico dell'avversario, certo è che la vittoria doveva esser sua. Con molta maestria egli raccolse molti fatterelli scandalosi, che gli erano stati riportati sotto forme già adulterate, e li convertì abilmente in delitti, e quando furono esauriti, non mancò di inventarne. Come già contro il Filelfo, non vi è specie di ribalderia che egli non rinfacci al suo avversario, attribuendogli truffe e ladronecci, falsificazioni ed eresie, crapule e lascivie d'ogni sorte, col condimento di piccanti storielle o triviali contumelie, delle quali non pare mai sazio. Ed appunto di questa sua abilità di esporre l'avversario con vituperi di aneddoti scandalosi, egli andava principalmente superbo. Ma anche il Valla non si limitò soltanto alla propria difesa, rimproverò al Poggio la sua ignoranza del latino e delle regole stilistiche, citandone innumerevoli esempi e trattandolo in tutto come un vecchio ormai rimbambito. In sostanza era uno spettacolo veramente disgustoso il vedere due uomini di tanta fama letteraria alle prese fra loro, per odio e per invidia reciproca, come due persone del volgo, gettando nel fango il proprio onore per vituperare quello dell'altro.

    Quanto più a lungo durò la lotta, tanto maggiore si veniva facendo il numero dei letterati che vi presero parte. Niccolò Perotti, che allora appena ventiquattrenne insegnava a Bologna sotto l'egida del Bessarione, ma che per la sua allocuzione a Federico III era stato già incoronato poeta ed aveva tradotto alcuni libri di Polibio, si sentì tentato di farsi in alcune lettere campione del Valla. Il Bessarione suo mecenate, benché non fosse precisamente nemico del Poggio, pareva compiacersi grandemente delle accuse mossegli dal Valla e del ridicolo di cui l'aveva coperto. Anche Niccolò Volpe, già maestro del Perotti, sembrava aver incoraggiato quest'ultimo, perché considerava il Valla come il più dotto e il più esperto fra i latinisti. Il Poggio che ne fu informato da Bologna e che anche in ciò credeva di vedere la mano del Valla, minacciò ed ammonì ripetutamente per lettera il giovane campione. A lui pareva cosa inaudita che il Volpe, il vecchio grammatico, a lui fino allora del tutto ignoto, e per l'appunto questo poeta novellino, questo ben chiomato cantore, questo infame giovinastro, questo stupido cicisbeo, questo poeta senza poesia, questo greculo, questo maestrucolo imberbe, questo secondo Valla per stoltezza e insipienza osassero misurarsi con lui. Le lettere, nelle quali  il Poggio gratificava il giovane professore con tali titoli, furono portate a lui e gli misero in corpo la voglia di entrare in campo anche da parte sua con una formale invettiva contro il vecchio segretario di Stato. Egli pure rimproverò l'imbecillità della sua vecchiaia, alla quale però contraddiceva la confessione, che in onta a ciò egli andava innanzi a tutti nelle arti della maldicenza e della buffoneria. Del resto egli lo attaccò con ironia abbastanza felice, anzi seppe temperare l'indecenza de' suoi attacchi contro l'illustre vegliardo col lasciar trasparire un certo rispetto verso di lui e col darsi l'aria di non voler essere altro che il difensore del Valla.

    Sino a quel momento il Poggio aveva usato un certo riserbo verso il suo giovane avversario, in quanto lo aveva assalito soltanto in vita privata, ma non pubblicamente. Egli non voleva al tutto guastarsi col Bessarione, del quale il Perotti era l'occhio destro. Ma ora si ridestò in lui il suo antico spirito battagliero, e non volendo rimanere sotto il peso delle accuse lanciategli, si scagliò sul Perotti con una invettiva così violenta e triviale da disgradare quelle contro il Filelfo ed il Valla. Pareva che si dovesse venire a una guerra da coltello. Il Poggio venne a sapere, che il suo avversario aveva prezzolato contro di lui, sull'esempio del Filelfo, alcuni assassini; la Signoria di Firenze fece su ciò delle rimostranze presso quella di Bologna e presso il legato Bessarione. Allora quest'ultimo si assunse di ottenere la riconciliazione. Egli assicurò il Poggio che le dicerie degli assassini prezzolati non avevano alcun fondamento di verità, e al tempo stesso indusse il suo protetto a chiedere umilmente perdono ed amicizia. Siccome questi promise di ammendare i suoi falli passati con altrettanto amore per l'avvenire, anche il Poggio promise di amarlo in seguito come un figlio. L'autorità del cardinale mecenate troncò questa contesa per sempre.

    La lotta contro il Valla perdette bensì la sua acutezza e il carattere di una personale rivalità sino da quando il Poggio lasciò la Curia e si trapiantò a Firenze, ma composta del tutto non fu mai e ambedue gli avversari portarono il loro odio reciproco nella tomba. A noi fa meraviglia che il papa non abbia ridotto al silenzio i contendenti. Ma pare che egli considerasse le invettive come un esercizio geniale di eloquenza e di rettorica. Il Valla poté perfino dedicargli i libri del suo «Antidoto»; ma Niccolò aveva accolto con benevolenza anche le satire del Filelfo, nelle quali v'erano pure tante contumelie contro gli antichi suoi amici fiorentini. Fu appunto in quel tempo che egfli donò al Valla di propria mano 500 scudi per la sua traduzione di Tucidide, e col Poggio fu sempre benigno, anche quando questi aveva chiesto il, suo congedo. Un altro paciere si fece innanzi, che nessuno si sarebbe aspettato. Fu il Filelfo, al quale allora stava a cuore di riconciliarsi co' suoi antichi nemici di Firenze.

 

Da GEORG VOIGT Il risorgimento dell'antichità classica ovvero il primo secolo dell'umanesimo, vol. II, Firenze 1890, pp. 143-151, trad. di D. Valbusa

 

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