[neogræca medii ævi - spiritualità]

NICÓLAOS CAVASILAS

"OMELIA PER L'ANNUNCIAZIONE
DELLA NOSTRA SIGNORA TUTTA SANTA
MADRE DI DIO E SEMPRE VERGINE MARIA"

... E quando venne il tempo e apparve il messaggero celeste, la Madonna prese di nuovo parte attiva alla salvezza dell'uomo per aver creduto a ciò che le aveva detto l'arcangelo Gabriele e aver accettato di assumere il servizio che Dio le aveva chiesto. Perché tutto ciò e anche tutti questi avvenimenti erano indispensabili e necessari in qualche modo per la nostra salvezza. Se la Vergine non avesse tenuto questa posizione, agli uomini non sarebbe rimasta più nessuna speranza. Non sarebbe stato certamente possibile, come ho detto più sopra, che Dio guardasse con benevolenza verso il genere umano e volesse scendere sulla terra, se la Vergine non fosse stata pronta a ricevere colui che sarebbe servito alla salvezza. E di nuovo non sarebbe stato possibile che si realizzasse la volontà di Dio per la nostra salvezza, se la Vergine non avesse creduto in questo e non avesse accettato di servire. Questa diventa chiaro dal fatto che Gabriele con il "salve" che disse alla Vergine e col fatto che la chiamò "piena di grazia", finì la sua missione, rivelò il mistero. Però finché la Vergine non avesse chiesto di sapere la maniera nella quale sarebbe avvenuta la gestazione, Dio non sarebbe sceso, mentre nel momento che si convinse e accettò l'invito, tutta l'opera fu subito realizzata. Dio prese su di sé come un vestito l'uomo e la Vergine diventò Madre del Creatore.

... E in questo modo l'incarnazione del Verbo era stata opera non solo del Padre che "si era compiaciuto" e della Sua potenza con la quale "aveva fatto ombra", e dello Spirito che "aveva preso sede", ma anche della volontà e della fede della Vergine.

... Dopo, dunque, che in questo modo Dio l'ebbe istruita e convinta, la fece in seguito diventare sua madre. Così prese in prestito la carne da un essere umano che voleva prestarla e sapeva perché lo stava facendo. Perché doveva accadere alla Vergine ciò che sarebbe successo a lui stesso. Come Egli aveva voluto ed era stato concepito, così anche Lei doveva rimanere incinta - portare in seno - e diventare sua madre, non per forza ma con tutta la sua libera volontà. Perché doveva fare ancora una cosa molto più importante, non solo contribuire all'economia della salvezza non come qualcuno che opera per impulso di un altro, che sia stato cioè semplicemente utilizzato, ma offrire proprio lei se stessa e diventare collaboratrice di Dio nella cura per il genere umano, in modo da prendere parte con Lui e di essere partecipe della gloria che proviene da questa filantropia. Siccome però il Salvatore non era uomo e figlio dell'uomo solo a causa della carne, ma aveva anima e mente e volontà e ogni cosa umana, era necessario che avesse anche una madre perfetta che servisse alla sua nascita non solo con la natura del corpo, ma anche con la mente, con la volontà e con tutta la sua esistenza: per essere madre anche secondo la carne e secondo l'anima e introdurre tutto l'uomo nella nascita inesprimibile. Questo è il motivo per il quale la Vergine, prima di mettere se stessa al servizio del mistero divino, viene istruita, crede, vuole e si augura la sua realizzazione.

... "Come avverrà questo?" domanda. Non perché ho bisogno di maggior purezza e maggior santità, ma perché è legge di natura che non possono restare incinte quelle che come me hanno scelto la vita della verginità. "Come avverrà questo?" Certamente io sono pronta, continua, per accogliere Dio. Sono stata preparata abbastanza. Dimmi però tu, se la natura sarà a ciò conformata e in che modo. E allora, appena Gabriele ebbe comunicato il modo della insolita gestazione dicendo le cose note "Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti adombrerà", e quando ebbe spiegato tutto, la Vergine non ebbe più dubbi sull'annunzio angelico che l'aveva chiamata "beata". E questo non era il risultato di una leggerezza. Era la rivelazione di quello stupendo tesoro segreto che la Vergine nascondeva dentro di sé, tesoro pieno di prudenza altissima, fede e purezza.

Questo fu reso chiaro dallo Spirito Santo che chiamò la Vergine "beata", esattamente perché aveva accettato l'annunzio e non aveva avuto nessuna difficoltà nel credere all'annunzio celeste.

La madre di Giovanni, infatti, appena la sua anima fu riempita dallo Spirito Santo, la benedisse dicendo: "Beata sia quella che ha creduto a tutto ciò che il Signore le ha detto". La stessa Vergine inoltre aveva detto di se stessa rispondendo all'Angelo: "Ecco l'ancella del Signore". Perché veramente è ancella del Signore quella che così profondamente ha compreso il mistero della Sua venuta. Quella che "quando è venuto il Signore e ha bussato", come dice la scrittura, ha subito aperto la casa dell'anima e del corpo e ha procurato così a Colui che era prima senza casa, una dimora reale tra gli uomini.

 

 

NICÓLAOS CAVASILAS

Nato intorno al 1322 a Salonicco, figlio di pii aristocratici che gli diedero una cultura spirituale. Fu allievo di Isidoro che, a sua volta, era stato discepolo di San Gregorio Sinaita. Visse nell'ambito degli "esicasti" (contemplativi) a Salonicco e sul Monte Athos dove conobbe San Gregorio Palamas che lo iniziò al "mistero" del monachesimo anacoretico ortodosso. Kavassilas studiò dal 1335 al 1340 a Costantinopoli, presso i maestri che lo introdussero alla tradizione ortodossa bizantina. Durante la sua vita cercò sempre di vivere con modestia e discrezione.

Le sue opere più significative sono:

- Vita in Cristo, dove cerca in profondità la natura della vita spirituale ortodossa.
- Interpretazione della Divina Liturgia; con questa sua opera Kavassilas offre una interpretazione simbolica degli atti e delle preghiere.
- Omelie alla Madre di Dio. Kavassilas, con la seconda opera, si rivolge ai fedeli iniziati, mentre con la terza opera si rivolge a un pubblico di Bisanzio più ampio e colto.

Nicòlaos Kavassilas morì verosimilmente nel 1396.

 

Trad. dal greco Archimandrita Timòtheos Moschòpulos

Da Simposio Cristiano
edizioni dell'Istituto di Studi Teologici Ortodossi San Gregorio Palamas, Milano 1987, pp. 95-97